venerdì 8 aprile 2016

LE SCOPERTE GEOGRAFICHE Recensione

TEATRO BRANCACCINO
7 | 10 aprile 2016
LE SCOPERTE GEOGRAFICHE
Spettacolo finalista dell'XI edizione del Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche Dante Cappelletti 2014

di Marco Morana
regia Virginia Franchi
con Michele Balducci e Daniele Gattano
installazione luminosa e composizione sonora Fabio Di Salvo
costumi Alessandro Fusco
disegno luci Marco D'Amelio
movimento scenico Marzia Meddi
aiuto regia Valeria Spada
scenotecnica Walter Mariucci e Giorgio Paolicelli
foto e grafica Manuela Giusto
comunicazione Danilo Chiarello
ufficio stampa e promozione Giulia Taglienti 
produzione e organizzazione LISA

Al Teatro Brancaccino di Roma dal al 10 aprile debutta lo spettacolo Le scoperte geografiche, testo inedito di Marco Morana, per la regia di Virginia Franchi.
In scena Michele Balducci e Daniele Gattano accompagnati dall’installazione luminosa e dalle sonorità di Fabio Di Salvo del collettivo artistico Quiet Ensemble(http://www.quietensemble.com/index.html).

In attesa del debutto romano sono previste delle letture da Le scoperte geografiche nei licei di Roma volte a promuovere il testo e suscitare una discussione attorno alla tematica dell’identità.
Un primo studio dello spettacolo è stato finalista della XI edizione del premio Dante Cappelletti.XI edizione del Premio alle Arti Sceniche Dante Cappelletti.

LE SCOPERTE GEOGRAFICHE è uno spettacolo di formazione, sulle vite di due uomini che incontratisi per la prima volta sui banchi di scuola, iniziano una conversazione di amorosi sensi, attraverso il  linguaggio proprio dell'amore, quello intelligibile, nel complesso ai più, ma con chiarezza solo ai diretti interessati. Si perchè l'amore quello infinito, quello che può perdersi solo per ricongiungersi ha un linguaggio, un codice tutto suo che solo tra innamorati è completamente decifrabile. L'autore: Marco Morana ha deciso di avvalersi del linguaggio della navigazione in voga al periodo delle grandi scoperte geografiche. la storia, qui narrata è un storia universale, seppur declinata totalmente al maschile, lo potrebbe essere benissimo anche al femminile o mista, questo perchè l'incontrarsi, il perdersi, il rincontrarsi, il raccontarsi le proprie vicende personali è patrimonio di tutti, unito al fatto che, ci possa essere lo scontro/incontro tra due caratteri differenti, che mettono in fuga una volta l'uno una volta l'altro e che sono propri di entrambe i sessi. I due personaggi sono ben caratterizzati, molto differenti l'uno dall'altro, o meglio potrebbero sembrare anche i due volti di una stessa persona. Molto bello l'uso della metafora delle scoperte geografiche a significare la scoperta dell'amore, della sessualità nei due adolescenti. La scenografia a ricordare le stelle che guidarono i naviganti nel corso de XV e XVI secolo qui fungono da orientamento nella vita per i due ragazzi, il cui amore forse avrebbe meritato di più, ma che allo stesso tempo, non ha limiti contingenti e può volare e navigare libero nel corso dei tempi.
Miriam Comito

Sinossi: Un banco di scuola, anni cinquanta. Due compagni, due giovani uomini che ripassano la lezione di storia: le grandi scoperte geografiche di Colombo e Magellano. Ma quella lezione in realtà è un pretesto, perché tra i due c’è un sentimento profondo che finora hanno nascosto. Il viaggio dei due grandi esploratori si confonde con la loro esplorazione. La classe diventa la caravella, e la terra da scoprire è un continente oscuro e senza confini, quello del desiderio e dell’identità.
Questo tragitto di formazione prosegue oltre l’adolescenza, attraversando la maturità e la vecchiaia dei protagonisti. Si addentra nel loro Nuovo Mondo interiore, un universo pericoloso, fatto di tempeste, di dubbi e di slanci improvvisi, di ammaraggi coraggiosi e di mostri sputati dall’inconscio. Un universo più reale della realtà, dove la lingua perde ogni funzione quotidiana diventando un codice esclusivamente amoroso, poetico in senso stretto, che si fonde ironicamente con il gergo marinaresco. 

Le scoperte geografiche è la storia di un sentimento assoluto e forse mancato, l’epopea di una rotta perpetua, perché nell’oceano dei sentimenti non c’è terraferma su cui attraccare, non c’è meta, ma solo un senso agrodolce, insieme definitivo e sospeso, inevitabile conseguenza di ogni viaggio d’amore.

(Marco Morana)



Teatro Brancaccino
Via Merulana, 244, 00185 Roma
prenotazioni: 06 80687231 ‎
biglietti: 15.50 euro – ridotti 11.50
orario: dal giovedì al sabato ore 20.00, la domenica ore 17.30

mercoledì 6 aprile 2016

EL MI CITTINO Recensione

Senza sbaglio non c’è crisi. E senza crisi non c’è movimento.
E senza movimento non c’è Libertà


presenta

El Mi Cittino
di Andrea Ferri e Matteo Malfetti

Regia: Andrea Ferri
Con: Matteo Malfetti

In Prima Nazionale

Al Teatro Dell’Orologio di Roma

il 5 e 6 aprile 2016


EL MI CITTINO, (il mio bambino in dialetto aretino), è uno spettacolo che vuole narrare la memoria di un episodio accaduto nel periodo più oscuro e combattuto della storia del nostro Paese, l'occupazione nazista dopo l'armistizio dell'otto settembre e la conseguente guerra civile di resistenza. Andrea Ferri e Matteo Malfetti decidono di farlo attraverso le memorie di Edoardo Succhielli: il partigiano Renzino. La forma scelta dai due giovani è quella della narrazione, il pubblico viene preso per mano, e portato nel 1943 in Val di Chiana. Erano periodi difficili, non c'era mai molto tempo per pensare, le decisioni andavano prese nell'immediatezza. La responsabilità che avevano i partigiani era altissima, cosa fare, intervenire, non intervenire. Per la maggior parte erano tutti molto giovani, e pieni di voglia di riscattare il proprio paese dal soppruso dell'invasione straniera. Sappiamo bene, che più volte alcune decisioni, o meglio azioni hanno portato a delle rappresaglie tedesche sproporzionate rispetto all'azione italiana, una per tutte: via rasella/fosse ardeatine.  la situazione si è ripetuta molte volte con le stesse dinamiche o simili, in tutto il centro-nord Italia. Il merito narrativo e dolce, perchè guardando le espressioni di Matteo Malfetti durante lo spettacolo ho notato che, seppur intervallate da espressioni dure o sconvolte, erano per lo più dolci, proprio a sottolineare quale fosse l'intento di questi giovani combattenti, si da restituire a chi le ha vissute, o far conoscere alle nuove generazione, quali sono state le motivazioni, gli ideali che hanno spinto tanti uomini a darsi alla macchia e unirsi alla lotta. Ieri sera al teatro seduto in prima fila, con tutta la sua famiglia c'era Edoardo Succhielli, un signore di 97 anni che ha contribuito ad un Italia libera. E' bello pensare che due ragazzi molto giovani, vadano a rispolverare, scelgano come testo una testimonianza partigiana, e riescano in modo così chiaro e limpido a renderla spettacolo. E ricordiamoci che la libertà è stata, e sarà  sempre la cosa più importante.
Miriam Comito



Il 5 e il 6 aprile al Teatro Dell’Orologio di Roma, Sala Gassman, in scena in Prima Nazionale EL MI CITTINO, di Andrea Ferri e Matteo Malfetti. Due ragazzi raccontano attraverso la narrazione di Matteo Malfetti la storia dell'eccidio di Civitella in Val di Chiana dal punto di vista di Edoardo Succhielligiovane comandante delle forze partigiane che operavano in loco ed al quale per settant'anni è stata attribuita la responsabilità della strage.

Siamo nel settembre del 1943, momento cruciale segnato dall'armistizio, e la nostra storia comincia nel momento in cui Succhielli decide di darsi alla macchia. Forma ed assume il comando della banda partigiana Renzino, che diventerà il suo nome di battaglia.
Questa storia passa attraverso la sparatoria del dopolavoro, errore secondo alcuni e dovere secondo altri, ed arriva alla battaglia di Montaltuzzo ed infine alla strage avvenuta a Civitella e nei paesi limitrofi.

Una delle fonti, la più autorevole, è proprio Edoardo Succhielli, che settantatre anni dopo sconta ancora le proprie responsabilità da cittadino libero, libero anche grazie a se stesso. Faranno parte dell’allestimento dei contributi audio registrati in occasione di una delle interviste che ci ha concesso per darci la possibilità di raccontare, nel migliore dei modi, questa drammatica vicenda troppo spesso dimenticata.

È questo un racconto che parla di giovani persone, un racconto in cui non ci sono né eroi né vincitori, un racconto in cui è l’errore umano di valutazione, di inesperienza, di presunzione che rende i protagonisti così vicini a chi ascolta sebbene così lontani nelle situazioni: questi ragazzi vengono infatti messi nella condizione di dover affrontare una battaglia per sé e per gli altri, per noi si direbbe, decidendo di mettere la testa fuori dalla propria tana esponendosi così a pericoli e rischi inimmaginabili per dei giovani, poco più che ventenni: primo fra tutti quello di sbagliare.
Attraverso un narratore grottesco, un ritmo incalzante e una regia ridotta all'essenziale veniamo portati all’interno del ricordo, delle situazioni e delle dinamiche di quei giorni difficili e bisognosi di qualcuno che potesse prendersi la Responsabilità di agire, di muovere e, appunto, anche di sbagliare.

Un testo nato dal lavoro attoriale e dal bisogno di raccontare: raccontare per ricordare, raccontare per custodire, raccontare per imparare.
Andrea e Matteo, prima ancora di essere autori, interpreti e confezionatori dell’allestimento, sono due spettatori: sanno bene che una tragica vicenda come quella di Renzino ha bisogno di un vestito, ha bisogno di un sorriso, ha bisogno di poesia: è questa la direzione che hanno dato al loro lavoro.

Lo spettacolo ha ottenuto il Patrocinio del Comune di Ripi (Fr) in quanto iniziativa meritevole per sua finalità di promozione culturale e artistica.

LA STORIA: Primavera 1944. Nei dintorni di Arezzo opera una banda partigiana, la “Renzino”, nome di battaglia del suo comandante: un ragazzo di 25 anni.  Composta prevalentemente da giovani del luogo e da prigionieri di guerra scappati dai vicini campi di prigionia, operano in Val di Chiana nelle zone attorno a Civitella, piccolo centro ma importante crocevia tra nord e sud della penisola. Le azioni della banda consistono nel disarmare i tedeschi e nel cercare di recuperare il maggior numero di armi possibili.

18 giugno 1944. Un ragazzo di Civitella vicino alla resistenza comunica al comandante Renzino la presenza di quattro tedeschi all’interno del circolo dopo lavoro del paese. Il comandante decide di intervenire. I tedeschi reagiscono. Colluttazione. Sparatoria. Morte di 3 soldati germanici.

29 giugno 1944. Rappresaglia da parte dei tedeschi ed uccisione di più di duecento persone: la strage di Civitella Cornia e San Pancrazio.



Teatro Dell’Orologio, Sala Gassman - Via dei Filippini, 17a
tel 06.6875550, biglietteria@teatroorologio.com
Il 5 aprile ore 20:00 - il 6 aprile ore 17:30 e 20:00
Biglietto intero - 12 euro
Biglietto ridotto under 25 - 10 euro


domenica 3 aprile 2016

SISTEMA CECHOV: ZIO VANJA Recensione

ARGOT STUDIO
Argot Produzioni
29 marzo | 10 aprile 2016
Sistema Cechov: ZIO VANJA
 di Anton Cechov
un progetto di Uffici Teatrali
con Ermanno De Biagi è Aleksandr Serebrjakov, Alessandro Federico è Michail l'voviè Astrov, Paolo Giovannucci è Ivan Petroviè Vojnickij, Matteo Quinzi è Il'ja Il'iè Telegin, Emanuela Rimoldi è Sof'ja Aleksandrovna (Sonja), Chiara Tomarelli è Elena Andreevna
regia Filippo Gili
scene Francesco Ghisu
costumi Daria Calvelli
foto locandina Fabio Lovino



ZIO VANJA  per la regia di Filippo Gili,  terzo spettacolo di: SISTEMA CECHOV  a cura di Uffici teatrali, porta in scena, una versione attualizzata della celebre opera del drammaturgo russo. Aderente al testo, ma con costumi moderni, operazione possibile grazie ad un testo senza tempo, il cui nucleo fondante è l'immobilità umana che se era propria della Russia ante rivoluzione, lo è purtroppo e in modo preponderante ai nostri giorni, e rimarrà un evergreen. Lo rimarrà  perchè  l'inanità è una caratteristica umana delle peggiori. Lo zio Vanja interpretato da un bravo Paolo Giovannucci, che riesce benissimo a passare dall'apatia, in cui versa il personaggio, per quasi tutto lo spettacolo, al momento di un accesso di rabbia pura, nella consapevolezza di aver sprecato la propria vita, la propria giovinezza, dietro a un idolo, che non lo era realmente, di non aver avuto il coraggio, a tempo debito, di dichiararsi alla donna amata. Un sistema conchiuso, in se , apatico, funzionante, ma non soddisfacente, in cui lo Zio, insieme alla nipote Sonja si sentivano se non sereni, perlomeno utili, viene sconquassato quando nella tenuta di famiglia torna il vecchio professore padre di Sonja con la seconda e giovane moglie (donna amata da Vanja). La coppia tende a crogiolarsi chi come il professore nella malattia chi come Elena, (una Chiara Tomarelli precisa nelle movenze e nelle espressioni) nella malinconia. L'indolenza pervaderà tutti, se Telegin , ben interpretato da Matteo Quinzi è già di per se un'inattivo che lascia il suo destino al buon Dio, l medico Astrov è diverso, non accetta la piattezza che trova intorno a se, ed  è infatti oggetto dell'amore dei due personaggi femminili. ZIO VANJA  è il testo della sconfitta, la sconfitta di chi non sa cogliere le occasioni della vita al momento opportuno e la lascia scorrere come se fosse infinita, o finita ma senza gioie solo rimpianti, per l'incapacità personale di vivere di luce propria e non riflessa.
Miriam Comito



Dopo Tre sorelle e Il Gabbiano, per il progetto Sistema Cechov a cura di Uffici Teatrali, debutta all’Argot Studio Zio Vanja dal 29 marzo al 10 aprile 2016, per la regia di Filippo Gili.


Zio Vania è la storia di donne e uomini, anche qui come in Tre sorelle, fatti evadere da un’epoca, senza gli strumenti per attraversarne un’altra. La storia di un appellativo che di contorno può essere importante, centralizzato, come non può che esserlo se titolo, diventa ridicolo: zio. La storia di uno zio: della sua viltà, del suo errore, del suo rancore, dalla sua tardiva megalomania. Tutto così di oggi, a pensare quanti di noi, per paura di vivere, affidano alle tasche di un idolo - spesso poi crollato - il portafoglio della propria gloria.


Affrontare Zio Vanja significa pescare dal mazzo inesauribile di Cechov altri quattro jolly da infilare in un ecosistema identico a quello di casa Prozorov. Più che mai, anche qui, il Tempo come Chrono, che scardina goccia dopo goccia le aspettative di realizzazione, soffoca il Tempo come Kairos, confonde le topiche della vita in attimi qualsiasi, le annichilisce e le fa fuggire lasciando in una perenne stazione i viaggiatori. E in Zio Vanja, particolarmente, è il fuoco massimo di questa confusione, sì, ma soprattutto il luogo massimo di un perché non fatale, ma vile, di quella fuga mancata, di quel rimanere a terra col peso di eternare non un senso, una ragione, una individualità, ma il punto interrogativo dietro a tutto questo.
Filippo Gili


Filippo Gili diplomato come attore presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma. Ha recitato diretto da Luca Ronconi in “Besucher” di B. Strauss, ‘Gli ultimi giorni dell’umanità’ di K. Kraus, “La pazza di Chaillot” di J. Giradoux, ‘Misura per misura’ di W. Shakespeare, “Sturm und drang” di F. Von Klinger. Ha diretto i lungometraggi “Casa di Bambola”, “Prima di andar via”, “L'ultimo raggio di luce”, ed è in fase di montaggio “Il gabbiano”. Ha firmato le recenti regie di “Porte chiuse”, da Sartre, “Spettri”, da Ibsen, “Oreste” da Euripide/Bellocchio scritto a quattro mani con Marco Bellocchio. All'interno della stagione #Argot30 con la compagnia Uffici Teatrali ha messo in scena “Sistema Cechov: Tre sorelle | Il Gabbiano”. Tratta da una messa in scena di Francesco Frangipane, una nuova versione del suo “Prima di andar via” è stata girata (e presto sarà in uscita al cinema) da Michele Placido




Teatro Argot Studio
Via Natale Del Grande, 27 | 00153 Roma
dal martedì al sabato ore 21.00 – la domenica ore 17.30
biglietti: 12 euro; 10 euro; 8 euro
tel | fax 06/5898111 mobile 392 9281031
email info@teatroargotstudio.com
tessera associativa obbligatoria comprende sconti e offerte consultabili sul sito
www.teatroargotstudio.com

sabato 2 aprile 2016

IL MONDO NON MI DEVE NULLA Recensione



Il mondo non mi deve nulla

di MASSIMO CARLOTTO

con PAMELA VILLORESI CLAUDIO CASADIO



regia FRANCESCO ZECCA
regista assistente Ilaria Genatiempo
scene di Gianluca Amodio
musiche di Paolo Daniele
costumi di Lucia Mariani
disegno luci di Alberto Biondi
disegni di Laura Riccioli
DAL 1 AL 10 APRILE 2016



IL MONDO NON MI DEVE NULLA è uno spettacolo bellissimo, a partire dal testo di Massimo Carlotto, assolutamente originale, alla recitazione, una Pamela Villoresi strepitosa, bravissima che ci regala una Lise, autentica, cogliendo tutte le sfumature di un personaggio così particolare, e affascinante, difficile da capire, immediatamente ma che si svela a poco a poco, nella sua concretezza e consapevolezza, solo una grande attrice e in grado di fare questo. Ben coadiuvata dal protagonista maschile Claudio Casadio. IL MONDO NON MI DEVE NULLA è la storia di due anime che si incontrano casualmente, grazie a una finestra aperta, metafora di un passaggio da una situazione ad un'altra. Da questo incontro fra due persone, apparentemente completamente diverse, ma accomunate da, e qui Carlotto ha voluto dare  un tocco profondo di contemporaneità, essere vittime della crisi economica creata ad hoc dalle banche. Lui è costretto, dopo il licenziamento, a fare il topo di appartamenti, lei che è stata croupièr sulle navi da crociera, ha fatto degli investimenti sbagliati che l'hanno ridotta non sul lastrico, ma non più in grado di condurre il tipo di vita a cui era abituata. Senza badare a chi sta peggio, perchè tutto è relativo a questo mondo, i due si trovano su una stessa barca alla deriva, la soluzione verrà da Lise. Queste due anime si trasmetteranno qualcosa, una sorta di testimone passerà dalle mani dell'una in quelle dell'altro. Ci saranno ben due liberazioni, reali o metaforiche, nel corso dello spettacolo, librazioni da una vita che non ci appartiene più, o che non c'è mai appartenuta. Questo è l teatro vero, grande, bello, quello che ti tiene attaccata, alla sedia, come sospesa alla storia che ti stanno raccontando, come se anche tu ne facessi parte e tutto questo grazie ad una recitazione assolutamente perfetta, credibile, vera e ad un testo fuori dal comune.
Desidero ringraziare chi mi ha invitato a questo spettacolo, chi lo ha portato sul palco, chi lo ha diretto, chi lo ha scritto, e il teatro che lo sta ospitando perché ho passato una bella serata piena di emozioni.
Miriam Comito

Il cuore di Rimini pulsa tranquillo in attesa dell'arrivo chiassoso dei turisti.
Adelmo, un ladro stanco e sfortunato, nota una finestra aperta sulla facciata di una palazzina ricca e discreta. La tentazione è irresistibile e conduce l’uomo a trovarsi faccia a faccia con Lise, la stravagante padrona di casa, una croupier tedesca in pensione.
Nessuno dei due corrisponde al ruolo che dovrebbe ricoprire e, in una spirale di equivoci, eccessi e ironia, si sviluppa un rapporto strano, bizzarro ma allo stesso tempo complesso e intenso sul piano dei sentimenti.
Adelmo cerca di arginare la precarietà che lo sta allontanando da un’esistenza normale; Lise, invece, è convinta di non avere più crediti da riscuotere dal mondo intero e sogna che Rimini si stacchi dalla terra e vada alla deriva per l’eternità.
Due personaggi infinitamente lontani, nulla li accomuna, eppure entrambi cercano il modo di essere compresi e amati dall’altro. 
Dopo Oscura immensitàIl mondo non mi deve nulla è la nuova pièce teatrale di Massimo Carlotto, prodotta da Teatro e Società e Accademia Perduta/Romagna Teatri, interpretata da Pamela Villoresi e Claudio Casadio, con la regia di Francesco Zecca.
Un testo intenso, una commedia ironica e amara a ritmo di mambo; una riflessione sul senso che diamo alle nostre vite, sul peso del caso e della nemesi, sulla libertà di scelta delle nostre coscienze.


Note di regia
Avete mai sentito parlare dell'attrazione del vuoto? Si dice che sia inspiegabile, perché tocca corde sopite che hanno a che fare con la coscienza, chiede attenzione e sensibilità. Quando si parla di vuoto si parla di una forza centripeta, di uno spazio leggero, impalpabile, di un peso netto argenteo. Bisogna conoscere le regole della sua attrazione perché passare da vittima a carnefice è facile, è un gioco di ruolo in cui si confonde la sottile linea di divisione. E come si crea il vuoto? Come ci si svuota? Con la morte? In un certo senso sì. La morte dell’ambizione, la fine di ciò che si chiede a se stessi, ci si svuota degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si credevano importanti. Lo fa Lise. Lo fa Adelmo. Uno strumento dell’altra, necessari e imprescindibili, ma sideralmente distanti. Perché Lise non si permette un’alternativa. Lei che per tutta la vita ha vissuto nel lusso, non si permette il lusso più importante, ingabbiata nella convinzione che “solo i disperati vagano alla ricerca dell'occasione giusta”.
E in quello scalino appena prima del vuoto, quando il cuore pare fermarsi e il respiro sospendersi, quando solo il coraggio può farti vedere cosa c’è oltre, Lise decide di chiudere gli occhi per sempre. Per Adelmo, invece, quell’istante di apnea coincide con l’attimo precedente al vagito di una nuova vita. Pamela Villoresi scava in un personaggio che la vita ha indurito facendolo vibrare straordinariamente di una fragilità e ironia commoventi. Guardandola ci si incanta nel suo continuo svelare di Lise la sensibilità, l’indulgenza e l’amarezza amabilmente celate sotto un forte velo rosso di testardaggine, inclemenza e durezza. Pamela porta in scena perfettamente le due facce di Lise e la muove sul precipizio del vuoto come un ventriloquo fa con la sua bambola: la guida, la copre, la svela, la zittisce ed infine la sacrifica.
Claudio Casadio indaga con grande sensibilità un’anima intrappolata in una vita disperata, regalandogli poesia e una purezza incantatrice, che rende il suo personaggio struggente. Restituisce al personaggio di Adelmo tutta la sua “veracità”, la forza ed il “non arrendersi” tipico di chi è attaccato alla vita con i denti perché dalla vita ha avuto ancora troppo poco per mollare gli ormeggi. L’Adelmo di Claudio è più vitale e popolano che mai e di un popolo lavoratore e sacrificato porta in scena il riscatto con il buon senso che a volte viene meno ai più acuti filosofi. L’Adelmo di Claudio è credibile, concreto, meravigliosamente vivo, acuto e di una esuberanza necessaria per lasciare spazio alla speranza di una rinascita. Massimo Carlotto con il suo noir lascia la possibilità di muoversi in un testo pieno di molteplici opzioni. Il suo testo non patteggia per nessuno, non salva nessuno è un testo senza vincitori e senza vinti ma è anche un testo senza Dio che restituisce all’uomo la chance di


guidare i suoi propri fili fino alla fine. È dunque un testo ideale per un regista che voglia dare una sua personalissima interpretazione. Di questa battaglia senza vincitori né vinti, senza eroi, di questo testo in cui da un lato c’è chi sceglie che il mondo non gli deve più nulla e dall’altro chi va a prendersi ciò che ancora il mondo gli deve, io ho scelto di lasciarmi tentare dal vuoto come fa Lise resistendogli come fa Adelmo. (Francesco Zecca)




SALA UMBERTO
Via della Mercede, 50 Roma
Tel. 06 6794753
Martedì ore 21, mercoledì ore 17, giovedì e venerdì ore 21, sabato ore 17 e 21 domenica ore 17
Prezzi da 32€ a 23€

















venerdì 1 aprile 2016

OCCUPATO Recensione

Roma, Teatro Lo Spazio
Via Locri, 42/44
31 marzo - 02 aprile 2016 ore 20.45

OCCUPATO
scritto da Ludovica Bei
diretto da Chiara Spoletini
con Ludovica Bei e Maria Gorini
musiche di Priscilla Bei
Special Guest Nico Maraja

OCCUPATO scritto da Ludovica Bei è un testo che ha come intento il far uscire fuori, allo scoperto,la personalità, ma quella vera, non quella che ci siamo costruite, o che ci hanno costruito intorno, e lo fa usando come èscamotage una visita ginecologica, quindi una visita nell'intimo della femminilità: visita fisica, metafora di visita spirituale. A confronto, nell'attendere che venga chiamato il proprio numero ci sono due donne, chiuse in due bagni paralleli, da sempre il bagno è il luogo, soprattutto per l'universo femminile preposto alla meditazione, al pensiero rivolto verso se stesse. Entrambe hanno una storia da raccontare, che sembra, all'inizio poggiare su binari paralleli che non si incontreranno mai, questo perchè nella parte iniziale le due ragazze non sono ancora davvero uscite allo scoperto, ma sono ancora inviluppate, in ciò che la famiglia, la società ha predisposto per loro. Piano piano, ecco la gestazione, e poi l'emergere della realtà, la rinascita è compiuta. All'uscita dal bagno i binari non saranno più paralleli ma convergenti, ci saranno tra le due dei punti di contatto. Lo spettacolo è molto ben ritmato, straordinaria la perfetta armonia tra le due attrici Ludovica Bei e Maria Gorini, ad inserirsi ognuna nei silenzi dell'altra. Si ride, certamente, ma si riflette anche su quanto sovrastrutture abbiamo, alcune delle quali, senza dubbio, create dalla società, ma altre assolutamente autoctone in noi stesse.
Miriam Comito



Dopo il successo della scorsa stagione, segnato da molteplici sold out, va in scena, dal 31 marzo al 02 aprile, al Teatro Lo Spazio di Roma la divertente commedia “Occupato” scritta da Ludovica Bei che ne è anche protagonista insieme a Maria Gorini. La regia è diretta da Chiara Spoletini.

Due bagni attigui, ambienti ristretti e opprimenti, ospitano le protagoniste L. e M. che si ritrovano a vivere un momento di completa intimità - e anche di solitudine - che precede la visita ginecologica. Una situazione comune che diventa grottesca, sarcastica, ma anche drammatica. L. e M. si raccontano e svelano agli spettatori i propri aneddoti del passato, i ricordi dell'infanzia e le storie finite male. L. è insicura e ipocondriaca, M. è a prima vista indipendente e temeraria. Sono accomunate dallo stesso desiderio di non presentarsi al loro medico, vivono così in una continua oscillazione tra coraggio e paura, dolore e sollievo, calma e agitazione.
I loro sono due monologhi che si intersecano, mettendo in luce la diversità, ma anche la complementarietà delle donne. Una rete di parole che può sembrare un apparente dialogo, in cui nessuno veramente domanda e nessuno veramente risponde.

L’attesa dal medico diventa paradigma universale della condizione di tutti gli esseri umani che si ritrovano soli davanti alle proprie debolezze. “Occupato” è un progetto di ricerca e indagine sui temi dell'abbandono e del rifiuto. Le protagoniste incarnano psicosi e fragilità dell'era moderna. Le due donne entrano nel bagno certe di essere in un modo e ne escono trasformate.
La pièce è arricchita dalla musica di Priscilla Bei. Special guest l’ultima sera Nico Maraja giovane cantautore che ama coniugare la musica al teatro in eventi poliedrici in cui suono, visione ed immaginazione si incontrano magicamente”  

NOTE DI REGIA
Lo spettacolo racconta quello che siamo, quello che tanti nascondono a loro stessi, quello che vorremmo tenere chiuso, tappato, soffocato e che due umanità lasciano scivolare fuori dal loro corpo quasi senza accorgersene. Un testo fatto di ritmi incalzanti, rallentamenti, frenate dolci e poi più brusche, di stop e ripartenze, entrate morbide e più decise. “Occupato” racconta le storie di due persone che svelano le fragilità che ci appartengono e in cui certamente tutti per un attimo possiamo riconoscerci. Il mio intento con "Occupato" è stato quello di rispettare il concetto di umanità che è centrale in questa drammaturgia. Ho voluto proporre una messa in scena che potrebbe essere riassunta da parole chiave come verità e ritmo. Non tralascio una determinante attenzione all'ironia che il testo suggerisce, che si alterna a una profonda e vera drammaticità. È il dualismo tipico della vita, dalla quale spesso siamo costretti ad allontanarci (richiudendoci nei posti più strani) per meglio comprenderla, per guardare dentro noi con più attenzione, buttare fuori il superfluo e poi uscire, ricominciando un'altra volta tutto, d'accapo.
Chiara Spoletini
Link video

Link video Nico Maraja



Teatro Lo Spazio, Via Locri, 42/44
Biglietti: Biglietto 10 euro
Tessera semestrale 3 euro

Info e prenotazioni: 06/77076486
http://www.teatrolospazio.it/

mercoledì 30 marzo 2016

BUKOWSKI A NIGHT WITH HANK Recensione

DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro - 
a cura di Angela Telesca e Cecilia Bernabei

in collaborazione con
L’Artigogolo - concorso di drammaturgia contemporanea

8 marzo -  20 marzo 2016
29 marzo - 10 aprile 2016

TEATRO PLANET
Via Crema, 14 - ROMA


Otto compagnie in concorso, incontri con il pubblico e la critica,
eventi speciali, performance e presentazioni editoriali.


Il 29 marzo ricomincia l’avventura del DOIT Festival - Drammaturgie Oltre Il Teatro -  con il suo cartellone ricco di teatro, danza, performance, narrazione, dibattiti con giovani critici e progetti per il sociale.

Molto più che un classico festival di teatro contemporaneo, il DOIT è un giovane e ambizioso progetto di promozione culturale che supera i confini del genere teatrale tradizionale, per abbracciare il mondo letterario e dell’editoria e quello dell’impegno civile e della contaminazione artistica tra i generi.
29 | 30 MARZO

BUKOWSKI
A NIGHT WITH HANK

scritto da Francesco Nikzad
diretto e interpretato da Roberto Galano

Premio “Miglior testo” Festival Voci dell’Anima 2013

Teatro dei Limoni - PUGLIA

BUKOWSKI A NIGHT WITH HANK, scritto da Francesco Nikzad vuole raccontare il Bukoswki più intimo, e lo fa immaginando di far  passare al pubblico una notte con Hank. L'interpretazione di Roberto Galano ci porta, a contatto con i dubbi, le riflessioni, le spigolature, le debolezze di un essere umano. Un essere umano particolare, sicuramente non piatto, che scelse di vivere la vita in modo libero, senza piegarsi alle convenzioni, che  rimase per tutta la vita un outsider, un antieroe, che però era in grado con la sua poesia cruda di dire, specialmente su alcuni argomenti, esattamente le cose come stavano. Ora è un mito, molti lo citano, pochi lo conoscono davvero. Il merito di questo spettacolo, è quello di mostrarci un Bukoswki intimo, appunto: Hank, mettendo in luce la differenza tra quello che si è e quello che gli altri vedono di te, specialmente se sei un artista. Sicuramente uno spettacolo di impatto che senza dubbio non annoia, anzi, lascia spazio ad una voglia di maggiore conoscenza, uno stimolo per chi non lo ha ancora fatto a leggere libri di Bukowski, perchè non tutto quello che si racconta è vero, o meglio lo è solo parzialmente, e credo che gli spettacoli teatrali riguardanti, scrittori, poeti, pittori, comunque artisti in genere servano proprio a questo ad aprire una finestra da cui poter far entrare la luce e vedere il resto dell'ambiente.
Miriam Comito





Io non sono Bukowski. Charles non era Bukowski. E nessuno sarà mai Bukowski. C’è qualcosa di nascosto, protetto dai litri di alcol che marciscono nel fegato, dalle perversioni e dall’odio per il mondo (Roberto Galano)
Bukowski. Un fragile ubriacone perdente o un angelo con le ali di carta che si bagnano alla prima goccia di pioggia.
Esiste una notte per scoprirlo. La notte ipotizzata dall’autore Nikzar in cui succede qualcosa di particolare nella vita del celebre scrittore americano, qualcosa che lui non ha mai raccontato.
Una sua presa di coscienza, intima e appassionata, che divide il mito dell’autore dal fragile ubriacone perdente.
Una notte con Hank.