venerdì 11 aprile 2014

TEATRO BELLI LA FINZIONE DELLA VITA (TV, SEX & FAMILY)

Ass. Cult.
FOXTROT GOLF
Presenta

al
Teatro Belli
Piazza di Sant'Apollonia,11 Roma - tel. 06 58 94 875       

DAL 6 ALL'11 MAGGIO 2014
dal martedì al sabato ore 21.00 - domenica ore 17.30

LA FINZIONE DELLA VITA
(TV, SEX & FAMILY)
di
Giovanni Antonucci

regia
Francesco Branchetti

con
Francesco Branchetti,  Isabella Giannone,  Laura Garofoli , Simone Lambertini

Musiche  Pino Cangialosi - Scene e costumi Cristiano Paliotto - Disegno luci Francesco Branchetti

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Protagonisti di LA FINZIONE DELLA VITA (TV, SEX & FAMILY) sono  un producer di quiz  in crisi professionale ed esistenziale, che crede in valori più solidi ma che è costretto a vivere in  mezzo ai  compromessi, sua moglie Giulia, una giovane attrice di teatro, Laura, che si trasforma in una valletta disinvolta e dalle minigonne mozzafiato, un regista  scaltro nel suo mestiere e  collezionista di donne. LA FINZIONE DELLA VITA (TV, SEX & FAMILY)  (vincitore del Premio Vallecorsi) è una commedia che vive su due piani. Il primo e il più importante è quello della TV, macchina della finzione, creatrice di sogni, dove dominano il cinismo degli autori, il narcisismo dei conduttori, l’arrivismo delle veline, la nevrosi di producer e registi nei confronti dei veri padroni del teleschermo: lo share e gli sponsor Il secondo piano della commedia è quello familiare del producer  e del suo rapporto con la moglie Giulia, madre dei suoi figli. Un rapporto di amore, di affetto, di condivisione profonda che la relazione di Luigi con la giovane attrice non riesce a rompere.
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In scena Al TEATRO BELLI - Piazza di Sant'Apollonia, 11 – 00153 - Roma.
Telefono: 06 5894875 | E-mail: info@teatrobelli.it
Biglietteria : 06 58 94 875        Fax: 06 58 97 094
Biglietti: Intero €18,00 | Ridotto € 13,00 | Prevendita/Prenotazione € 1,00
Orari spettacoli: dal martedì al sabato alle ore 21,00 - domenica alle ore 17,30

giovedì 10 aprile 2014

ROSSELLA BRESCIA danza Fellini in "AMARCORD"

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ROSSELLA BRESCIA
danza Fellini in “AMARCORD”

balletto di Luciano Cannito
Teatro Olimpico, Roma – 17-20 aprile

Luciano Cannito, una delle grandi firme italiane della coreografia, presenta a Roma al Teatro Olimpico, il suo balletto AMARCORD un evento dedicato, al pari di altre manifestazioni, per il ventennale dalla scomparsa di Federico Fellini e a quarant’anni dall’uscita di uno dei suoi film più amati, “Amarcord”. A danzare, nel ruolo di Gradisca, sarà Rossella Brescia.

Luciano Cannito si è divertito a dipingere in danza i colori dell’universo felliniano, facendo sentire allo spettatore di AMARCORD il profumo di un passato non ancora remoto. Tutta la singolare fauna felliniana rivive in un’incantevole coreografia che rievoca le atmosfere dell’indimenticabile pellicola. AMARCORD è un affresco della provincia italiana a cavallo delle due guerre, costellato di piccoli ritratti come quello della vamp di provincia Gradisca, appunto, oppure della procace tabaccaia. Divertente e pieno di esplosiva gioia di vivere, questo piccolo mondo è  visto attraverso gli occhi di Titta (alter ego di Fellini stesso) qui interpretato da Nicolò Noto, ‘noto’ anche di fatto (sia al pubblico del balletto classico che del piccolo schermo) in quanto già talentuoso vincitore della trasmissione “Amici” per la categoria ballo. (Noto, tra l’altro, aveva già interpretato questo ruolo prima del trionfo di “Amici”).

Ispirato e dedicato al grande Maestro, il balletto AMARCORD, rodato e forte di un eccezionale successo di pubblico e critica (anche internazionale: basti pensare che alcuni anni fa fu rappresentato dal Balletto del Teatro alla Scala al Metropolitan di New York) e moltissime tappe in giro per l’Italia, conclude la sua tournée al Teatro Olimpico di Roma dal 17 al 20 aprile, dove apre la quarta edizione del Festival Internazionale della Danza dell’Accademia Filarmonica Romana e Teatro Olimpico. Lo spettacolo è presentato dalla Daniele Cipriani Entertainment e il cast è di Danzitalia (Italian Touring Dance Company).

 “Il visionario Fellini aveva capito l’importanza delle immagini”, ha dichiarato Luciano Cannito, aggiungendo che “è stato il regista più vicino alla danza in assoluto”. Da sempre affascinato dal Maestro riminese, a Cannito piace pensare che il suo balletto AMARCORD è forse quello che ‘lui’ avrebbe fatto se invece della cinematografia avesse scelto la danza come medium.


Cannito firma sia la coreografia che la regia di AMARCORD. Le musiche sono naturalmente di Nino Rota (compositore che firmò le colonne sonore più celebri dei film di Fellini) ma anche di Marco Schiavoni, che ha scritto espressamente alcuni brani di musica originale per questo balletto, e Alfred Schnittke; includono anche canzonette degli Anni Trenta insieme a celebri swing di Glenn Miller. I costumi sono di Roberta Guidi di Bagno, le scenografie di Carlo Centolavigna e le luci di Alessandro Caso.

Gli spettacoli all’Olimpico saranno affiancati da svariate iniziative che prendono spunto dalla fantasia  del regista, in cui sarà coinvolta anche Francesca Fabbri Fellini, nipote di Federico. Nell’ambito del ciclo ‘Incontra la danza al Teatro Olimpico’, ricordiamo qui (il giorno 17 aprile alle ore 19, riservata al pubblico della ‘prima’) la conferenza “Amarcord Federico!” condotto dalla giornalista Leonetta Bentivoglio, già collaboratrice di Fellini, a cui prenderanno parte Francesca Fabbri Fellini, Luciano Cannito e Rossella Brescia. Parteciperanno  all'incontro anche il giornalista e scrittore Gianfranco Angelucci (sceneggiatore di Intervista di Federico Fellini) e l'assistente personale del regista, Fiammetta Profili. 

Segnaliamo inoltre il VIAGGIO NEI LUOGHI DI FELLINI  (vedi in calce). Sulla scia del rinnovato fascino che Roma, vista sul grande schermo, sta esercitando a seguito del successo planetario de “La Grande Bellezza” (film che il regista Sorrentino stesso definisce felliniano d’ispirazione) e che sta portando migliaia di fan nella Città Eterna per ripercorrerne fedelmente le tappe, anche gli organizzatori di AMARCORD propongono un itinerario emblematico degli innumerevoli film di Fellini ambientati a Roma. Una deliziosa cartina da collezione, che i turisti troveranno negli alberghi e i Romani in altri punti della capitale, li guiderà di luogo in luogo e di film in film: da Fontana di Trevi, nelle cui acque sguazzarono la mitica Anita Ekberg e Marcello Mastroianni ne La Dolce Vita, alle Terme di Caracalla dove si era soliti trovare Cabiria, indimenticabilmente interpretata da Giulietta Masina; dall’amata casa di Fellini nella celebre Via Margutta, a Cinecittà che ospita una mostra permanente a lui dedicata. I film da ricordare sono tanti e anche i luoghi da percorrere (una ventina) per chi vorrà avventurarsi  ‘alla ricerca di Federico’….






Date tournée Amarcord
Dicembre 2013
17 Fano [Teatro della Fortuna]
20 Massa Carrara [Teatro Guglielmi]

Febbraio 2014
07 Gorizia [Teatro Comunale G. Verdi ore 20:45]
09 Jesi [Teatro Comunale Pergolesi ore 18]
12 Jesolo [Palazzo del Turismo ore 21]
13 Treviso [Teatro Comunale ore 20:45]
15 Spoleto [Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti ore 21]
16 Perugia [Teatro Morlacchi ore 17 e doppia ore 21]

Marzo 2014
01 Genova  [Politeama Genovese]
13 Lugano [Palazzo dei Congressi]
15 Porto Viro [Palazzetto dello Sport]

Aprile 2014
17 al 20 Roma [Teatro Olimpico]

VIAGGIO NELLA ROMA DI FELLINI
Schede di Leonetta Bentivoglio (ha collaborato Francesco Fournier)
Progetto a cura di Daniele Cipriani in collaborazione con Leonetta Bentivoglio, Luciano Cannito, Francesca Fabbri Fellini


Fontana di Trevi
Ne La dolce vita (1960), la spettacolare fontana barocca accoglie l’episodio più celebre del film di Fellini. La mitica Anita Ekberg entra nell’acqua per un bagno con l’animo libero e spensierato caratteristico del suo personaggio, Sylvia, una sorta di alter ego dell’attrice stessa. Il protagonista Marcello (Mastroianni) vince le sue paure e la segue, ma non riesce a baciarla. “Sylvia, ma chi sei?”, le chiede. Un interrogativo senza risposta, che riflette il senso di vuoto identitario di Marcello e della società romana anni Sessanta genialmente affrescata dal regista.


Piazza del Popolo
La dolce vita (1960) mostra fin dalle scene iniziali la decadenza, il lassismo e i languori di un certo ambiente della capitale formato da intellettuali, artisti, perditempo, cinematografari, aristocratici e borghesi. A questo proposito la prima situazione esplicita presentata dal film è quella in cui Marcello e Maddalena, interpretati da Mastroianni e da Ainouk Aimée, fanno salire in macchina una prostituta soltanto per accompagnarla a casa sua e fare l’amore nel suo letto. Un gesto di noia e provocazione. Il viaggio verso l’abitazione della prostituta parte appunto da Piazza del Popolo.
Fellini ci mostra questa piazza, di sfuggita, anche in Roma (1972), nella lunga corsa finale di un gruppo di motociclisti. La macchina da presa li segue da Castel Sant’Angelo fino al Colosseo.


Via Veneto
E’ la strada-simbolo de La dolce vita (1960), dove si radunano ogni sera i personaggi che animano la mondanità capitolina, soprattutto al Café de Paris.
Fellini percorre Via Veneto in varie scene, non solo in questo film, ma anche ne Le notti di Cabiria (1957). Qui l’ingenua e dolce prostituta Cabiria, interpretata da Giulietta Masina, si reca un giorno cercando di mescolarsi a puttane con pretese e tariffe ben più elevate delle sue. Tale iniziativa, per quanto naif, riscuote un inatteso successo: Cabiria viene “ingaggiata” da un attore famoso, qui Amedeo Nazzari. Ma il loro incontro non finirà come previsto…


Trinità dei Monti
Appena giunti a Roma, gli sposini protagonisti de Lo sceicco bianco (1952), Oscar (Leopoldo Trieste) e Wanda (Brunella Bovo), vanno nella loro stanza d’albergo. Si tratta dell’Albergo Tre Fiori, in Via Sistina, il cui interno fu girato in realtà nell’Hotel Ginevra di Via della Vite. Mentre Wanda, ingenua e sognatrice, domanda al cameriere come recarsi in Via 24 maggio, l’occhio del regista ci mostra un panorama di Roma col primo piano di Trinità dei Monti vista dal lato sinistro.


Piazza di Spagna
Uno dei temi affrontati dal film Roma (1972) è lo scarto fra generazioni. Non a caso in questo film lo stesso Fellini appare in tre età differenti: da bambino, da giovane e nel momento stesso in cui sta realizzando il film. Nella scena che vede protagonista Piazza di Spagna, un gruppo di hippies è disseminato lungo la scalinata di Trinità dei Monti. I ragazzi si bagnano nella fontana e si abbracciano, si baciano e suonano. Una voce riflette sul fatto che, per questi giovani, il far l’amore non è più un problema come lo era “ai nostri tempi”.


Piazza di Siena (Villa Borghese)
Roma (1972) è uno dei primi film in cui viene espressa la poetica meta-cinematografica di Fellini. Infatti la scena che si svolge a Piazza di Siena, introdotta dall’arrivo di un gruppo di turiste straniere, prosegue con una serie di dichiarazioni del regista stesso sugli obiettivi del film che sta realizzando. Queste riflessioni sono accompagnate ora da immagini di Villa Borghese, sempre girate nei pressi di Piazza di Siena, ora da una ripresa simil-documentaristica dell’intervista fatta da giovani studenti che stimolano le sue osservazioni. E qui il regista si palesa allo spettatore.


Via 24 Maggio (Quirinale)
Il luogo più importante de Lo sceicco bianco (1952) è proprio in Via 24 maggio, dato che in questa strada si trova lo studio in cui la sposina Wanda (Brunella Bovo) dovrebbe incontrare, all’insaputa del marito, l’eroe dei suoi sogni. Il nome della via viene citato spesso nel film. Ne parla per la prima volta Wanda, affacciata alla finestra dell’alberghetto romano dov’è arrivata, quando chiede al cameriere come recarvisi. Sentiremo ancora il nome di questa via durante le ricerche disperate di suo marito Oscar (Leopoldo Trieste), alla caccia di Wanda che si è misteriosamente dileguata. L’informazione che la sposina ha chiesto in albergo è l’unica traccia di cui dispone lo sposo abbandonato...


Stazione Termini
La più grande stazione di Roma figura spesso nei film di Fellini, sempre come un emblema di rinascita. Ne Lo sceicco bianco (1952) i due sposini Oscar (Leopoldo Trieste) e Wanda (Brunella Bovo) vanno a Roma in viaggio di nozze. Lei sogna d’incontrare l’eroe dei fotoromanzi di cui è una lettrice appassionata, lo sceicco del titolo (Alberto Sordi), pensando che le svelerà finalmente l’amore…
Ne I vitelloni (1953) Moraldo (Franco Interlenghi), che sogna sempre di andare a Roma, è l’unico del gruppo “vitellonesco” e provinciale a trovare il coraggio di partire e cominciare una nuova vita, che inizia proprio con il suo arrivo alla stazione (è l’ultima scena del film). Ne Le notti di Cabiria (1957), il desiderio della protagonista (Giulietta Masina) di una vita migliore pare avverarsi quando Oscar (François Périer) le dà il suo primo appuntamento a Termini. In Roma (1972), il giovane Fellini (Peter Gonzales) comincia la sua avventura nella capitale con l’arrivo in treno alla stazione ferroviaria. Infine in Ginger e Fred (1985), la protagonista Giulietta Masina approda in una caotica e spaventevole Stazione Termini quando torna a Roma per ballare, dopo tanti anni, a fianco del suo “storico” partner (Mastroianni) in uno show televisivo.


Piazza San Pietro
Ne Lo sceicco bianco (1952) questa piazza diventa il teatro della riconciliazione di Oscar (Leopoldo Trieste) e Wanda (Brunella Bovo), dopo la fuga di lei, dileguatasi allo scopo d’incontrare l’eroe del suo cuore, lo sceicco dei fotoromanzi Alberto Sordi, non presentandosi agli incontri programmati con i parenti di Oscar. La sposina li conoscerà soltanto in questo passaggio del film, che coincide col finale. E’ una scena spassosa e toccante grazie alla straordinaria vena comica tipica soprattutto del primo Fellini.
Se Lo sceicco bianco si chiude a San Pietro, La dolce vita (1960) si apre con una visione panoramica della piazza, dove Marcello (Mastroianni) vola su un elicottero che sta trasportando una statua di Gesù. Il fatto che perfino in una situazione del genere Marcello chieda il numero di telefono a una ragazza (che sta su un terrazzo), caratterizza subito l’indole del personaggio. Rivediamo la piazza un po’ più avanti, quando Marcello si avvicina per la prima volta alla bellissima diva svedese Sylvia (Anita Ekberg) e poi si trovano sulla cupola da soli. Prossimi al bacio, vengono interrotti dal vento che fa volare via il cappello (pretesco) dalla chioma color platino della maliarda. Quest’avvicinarsi senza mai trovarsi è un tratto tipico della loro relazione.


Castel Sant’Angelo
Il Castello con il suo ponte è protagonista di una delle scene che definiscono meglio l’oscillazione tra commedia e tragedia tipica del cinema di Fellini, inizialmente con la prevalenza della comicità, poi con quella del registro più drammatico. E’ inclusa ne Lo sceicco bianco (1952): Wanda (Brunella Bovo) progetta di suicidarsi per l’onta di aver sfiorato il tradimento del suo sposo Oscar (Leopoldo Trieste). Intenzionata a buttarsi nel Tevere, si reca sotto il ponte di Castel Sant’Angelo. Ma l’acqua è troppo bassa e ottiene solo una ridicola caduta.
Ritroviamo Castel Sant’Angelo nella scena finale di Roma (1972), quando una banda di motociclisti compie una meravigliosa corsa notturna partendo da qui e giungendo fino al Colosseo. E’ questa la summa di tutte le riprese romane della carriera registica di Fellini.


Piazza Campitelli
Ne Lo sceicco bianco (1952), Oscar (Leopoldo Trieste), venuto a Roma in viaggio di nozze per presentare sua moglie ad alcuni parenti, è rimasto da solo. Infatti sua moglie Wanda (Brunella Bovo) si è dileguata senza dirgli nulla. Triste e sconsolato, si siede su una fontana di Piazza Campitelli, dove due prostitute provano a confortarlo. Una di queste, di nome Cabiria (Giulietta Masina), diventerà la gentile e spennacchiata protagonista de Le notti di Cabiria (1957).


Terme di Caracalla
Ne Le notti di Cabiria (1957) è il luogo in cui la bambinesca prostituta (Giulietta Masina) batte insieme alle sue amiche. Le rovine delle Terme antiche contrastano col milieu smagliante in cui si muovono le puttane d’alto bordo di Via Veneto con le quali Cabiria si confronterà in un episodio del film.
Ne La dolce vita (1960), il locale dove Marcello (Mastroianni) e la star svedese Sylvia (Anita Ekberg) ballano e cominciano a conoscersi è un’imitazione delle Terme di Caracalla. Fondamentale è una frase che Marcello dice a Sylvia: “Tu sei tutto Sylvia, ma lo sai che sei tutto? You are everthing, everything! Tu sei la prima donna del primo giorno della creazione. Sei la madre, la sorella, l’amante, l’amica, l’angelo, il diavolo, la terra, la casa… Ah ecco che cosa sei: la casa”. Più che una dichiarazione d’amore di Marcello a Sylvia, sembra una dichiarazione d’amore di Fellini a Roma.


San Giovanni in Laterano
La chiesa di San Giovanni in Laterano appare due volte in Roma (1972). Prima mentre il giovane riminese appena arrivato nella capitale, un alter ego dello stesso Fellini, prende il tram dalla stazione per andare nella stanza che ha preso in affitto. La seconda volta, più lunga e sostanziosa, riguarda una scena notturna, o forse ambientata nel passaggio tra la notte e l’alba. Un pastore pascola un gregge di pecore in una Roma fascista nella quale San Giovanni era in periferia, quasi in campagna. Tutto normale per l’epoca in cui è ambientato il film, ma vista oggi quest’immagine sembra un’apparizione onirica.


Parco degli Acquedotti
La dolce vita (1960) comincia con una ripresa panoramica del Parco degli Acquedotti, da cui inizia il giro in elicottero di Marcello che occupa il primo minuto del film. Uno dei personaggi secondari che lo accompagnano è il fotografo Paparazzo, nome da cui è stato coniato un termine divenuto d’uso comune.
Il Parco appare di nuovo all’inizio di Roma (1972), quando la famiglia del piccolo protagonista va al cinema e vede un vecchio film ambientato nella Roma Antica, di cui è mostrata una scena incorniciata appunto dal Parco degli Acquedotti.


Chiesa Don Bosco (Cinecittà)
Questa piccola chiesa di Cinecittà è teatro di una delle scene più significative de La dolce vita (1960). Qui Marcello (Mastroianni) incontra per caso Steiner (Alain Cuny), un vecchio amico che sarà al centro dell’episodio più tragico del film. Vedendolo entrare in chiesa lo segue, e con il permesso di un prete che è amico di Steiner, quest’ultimo va all’organo per suonare la Toccata e Fuga in re minore di Bach. Marcello lo osserva, affascinato dalla musica e conquistato dall’intensità del momento.


Mausoleo di Cecilia Metella
Nel Mausoleo si svolge la scena forse più celebre di Roma (1972). Dopo l’immagine del pastore che pascola il suo gregge vicino a San Giovanni, c’è una transizione quasi inesistente nella quale, per un breve istante, si vede un frammento del Mausoleo. Qui, fra busti e pezzi di colonne romane, svetta un’immensa e feroce prostituta divenuta il simbolo del film e campeggiante sul suo manifesto.
Per un attimo vediamo il Mausoleo anche nella lunga scena sul raccordo anulare, che poi culminerà al Colosseo.


Colosseo
Il gigante di Roma non poteva non avere un ruolo centrale in Roma (1972), opera che più di ogni altra esalta la bellezza della capitale. Appare due volte, ed entrambe alla fine di un percorso.
Il primo è quello sul grande raccordo anulare. Automobili, prostitute, uomini in bicicletta o su carretti, visioni di una Roma caotica e piovosa che si discosta totalmente dall’ideale turistico del bello e dell’antico. Alla fine di questa corsa giungiamo davanti al Colosseo, circondato da macchine imbottigliate nel traffico.
Il secondo itinerario, emozionante e poetico, sigla l’epilogo del film, con la corsa notturna del misterioso esercito di motociclisti.


Piazza de’ Renzi
In Roma (1972) c’è una lunga sezione dedicata al quartiere più pittoresco e turistico della città, Trastevere. Forse la più forte sequenza trasteverina è quella ambientata a Piazza de’ Renzi, ricostruita in studio, che colpisce per la sua originalità e anche per il fatto che si tratta di una delle poche scene in cui la location (pur riprodotta artificialmente) viene segnalata in modo esplicito, tramite la visione della lastra sul muro che indica il nome della piazza. Circondati da una folla imbestialita di tifosi romanacci, due pugili si scontrano su un ring montato al centro della piazzetta.


Santa Maria in Trastevere
La prima dichiarazione d’amore di Fellini alla capitale è proprio il suo primo film, Lo sceicco bianco (1952). Una delle scene più celebri, anche perché è stata riproposta nel film di Woody Allen To Rome with love (2012), è ambientata a Piazza Santa Maria in Trastevere. Oscar (Leopoldo Trieste) cerca di nascondere la sparizione di sua moglie Wanda (Brunella Bovo) agli zii romani a cui doveva presentarla. Un pranzo di cui parlano per tutta la prima parte del film doveva svolgersi proprio in una trattoria trasteverina, e quando arriva Oscar riesce a inventare una scusa ma non a nascondere la propria buffa desolazione.
In Roma (1972), nella lunga sezione dedicata a Trastevere, la Piazza e la Chiesa di Santa Maria, cuore del quartiere, sono mostrate più volte. Ed è qui che si leva il canto più tipico della filosofia dei romani: Ma che ce frega, ma che ce ‘mporta.


Foro Italico
In una delle scene iniziali di Roma (1972), il riminese protagonista del film, Fellini stesso, va da bambino al cinema con la sua famiglia. Dopo qualche immagine di un vecchio film ambientato nella Roma antica, arriva il cinegiornale che mostra un gruppo di atleti al Foro Italico, pronti ad alzare il braccio nel saluto romano a Mussolini dopo aver eseguito il salto nel cerchio di fuoco. Si tratta della prima, esplicita collocazione storica della vicenda.


Eur
Uno dei lavori meno conosciuti di Fellini è Le tentazioni del Dottor Antonio, secondo episodio di un film collettivo girato insieme ad altri registi: Mario Monicelli, Luchino Visconti e Vittorio de Sica. S’intitola Boccaccio 70 (1962), e la cornice dell’episodio di Fellini è il quartiere Eur, che il regista amava molto ma che non aveva mai ritratto prima. Antonio Mazzuolo (Peppino de Filippo), moralista ferreo e intransigente, fa di tutto per rimuovere dal prato di fronte a casa sua un grande poster pubblicitario che promuove la vendita del latte e che raffigura una donna dai seni enormi, formosa e provocante (Anita Ekberg). Questa battaglia lo ossessiona al punto che la donna bionda del manifesto gli si presenta in forma di allucinazione come una gigantessa che gira per le strade dell’Eur, cercando di sedurlo e riuscendo infine nel suo intento (il film si conclude con il Dottor Antonio impazzito e un Cupido che sbeffeggia la macchina da presa sull’ambulanza venuta a prelevarlo per condurlo in manicomio).
Le parti dell’Eur care allo sguardo del regista sono il Palazzo della civiltà italiana, meglio noto come Colosseo Quadrato, e i portici del Palazzo degli uffici. Inoltre, nelle sequenze introduttive al film, viene mostrato il Laghetto dell’Eur.

Teatro Olimpico
Non può mancare nel nostro itinerario felliniano il Teatro Olimpico, in Piazza Gentile da Fabriano, dove dal 17 al 20 aprile andrà in scena il balletto "Amarcord" , di Luciano Cannito, un omaggio a passo di danza al mondo dello straordinario cineasta, protagonista Rossella Brescia. La sera stessa del debutto, alle ore 19, prima dello spettacolo, si svolgerà un incontro-omaggio al regista, "Amarcord Federico!", con la partecipazione di sua nipote e di alcuni dei suoi collaboratori. Sarebbe stato bellissimo avere lo stesso Federico in platea, spettatore curioso ed irrequieto, e già ispiratore di un titolo coreografico dedicato a "La strada", di cui la prima interprete fu Carla Fracci. Sempre a Fellini si deve la "scoperta" di Pina Bausch (leggendaria coreografa tedesca) come attrice cinematografica ( fu lui che la fece debuttare in grande schermo nel ruolo della granduchessa cieca in "E la nave va").


Fellini privato

I luoghi della vita di Federico sono la sua casa a Via Margutta 110, dove c’è una targa che lo ricorda; il palazzo di Via Gregoriana 12, dove Fellini si recava a fare sedute di psicoanalisi con l’illustre Dottor Ernst Bernhard, allievo di Jung; il suo studio di lavoro, dove fissava gli appuntamenti con i collaboratori, a Corso Italia (angolo Via Po); e tre ristoranti del centro: la Cesarina di Via Piemonte (vicino a Via Veneto) e “Al 59”, in Via Brunetti 59 (nei pressi di Piazza del Popolo), entrambi dalla cucina tipicamente emiliana; e ancora il Toscano di Via Germanico, in Prati, rinomato soprattutto per la carne.
Tra gli altri posti felliniani spiccano Cinecittà, col suo leggendario Teatro Cinque, sede prediletta dei set di Fellini, il ristorante Il Fico Vecchio di Grottaferrata, dove il regista andava sempre a mangiare quando lavorava a Cinecittà, e il bar Canova a Piazza del Popolo, dove Federico incontrava gli amici e prendeva il caffè.

Daniel Pennac con "Journal d'un corps. Storia di un corpo" al Teatro Era di Pontedera - 11 aprile ore 21

Teatro Era, Pontedera (PI)
Venerdì 11 aprile ore 21


JOURNAL D’UN CORPS
STORIA DI UN CORPO

di e con Daniel Pennac
regia Clara Bauer

produzione: C.I.C.T. / Théâtre des Bouffes du Nord
coproduzione: Les Théâtres de la Ville de Luxembourg
produttore delegato per l’Italia: Roberto Roberto per Laila
in collaborazione con Il Funaro

Il libro ‘Journal d’un corps’ è edito da Editions Gallimard nella Collection Blanche
In Italia da Feltrinelli col titolo ‘Storia di un corpo’ - traduzione di Yasmina Melaouah


Arriva al Teatro Era di Pontedera venerdì 11 aprile, alle ore 21, un evento di portata internazionale, ‘JOURNAL D’UN CORPS. STORIA DI UN CORPO’, il toccante spettacolo di e con Daniel Pennac, tratto dal suo celebre romanzo  “Journal d’un corps”, edito da Editions Gallimard nella Collection Blanche e in Italia da Feltrinelli col titolo ‘Storia di un corpo’ - traduzione di Yasmina Melaouah.

Sul palcoscenico prende forma il diario delle sorprese che il corpo di un uomo, nell’arco di una vita
intera, dai 12 agli 87 anni, fa alla sua mente. È a prima vista il più intimo dei diari, ma non appena ci addentriamo,
scopriamo che questo giardino così segreto è il più comune dei nostri territori.
La lettura ad alta 
voce sgorga allora naturale, come passaggio dal singolare al plurale, dal corpo unico del lettor e
al corpo comune del pubblico. Come testimoniare la realtà di questa macchina fisica con cui
 ognuno di noi si compone, durante tutta la propria esistenza? Con “Journal d’un corps”, Pennac
 decide di portarci sul terreno delle secrezioni, dei dolori e degli umori. Nella forma di un checkup
 di lungo corso, il diario di bordo che lui presta all’eroe del suo romanzo ha, come oggetto
primario, l’involucro carnale che ci serve da veicolo dal primo vagito fino all’ultimo sospiro. 
Una lezione di anatomia sotto forma di elogio dell’osservazione sperimentale dal vivo, “Journal d’un
corps”, come i dipinti di Rembrant, merita di essere esposto nella sua oralità per uscire dal circolo
del silenzio che lega un libro al suo lettore.
Adattando il suo romanzo, per portarlo lui stesso
  alla ribalta, con la complicità di Clara Bauer, Pennac si serve di questo spettacolo per trasmettere
il suo manifesto, quasi un nuovo manuale del saper vivere destinato a tutte le generazioni.

Al termine dello spettacolo Daniel Pennac terrà un incontro con il pubblico.













Theatre du Bouffes du Nord
JOURNAL D’UN CORPS
di Daniel Pennac
adattamento teatrale Clara Bauer e Daniel Pennac
regia Clara Bauer
con Daniel Pennac

scene, luci e costumi Oria Puppo
musiche Jean-Jacques Lemêtre
produzione  C.I.C.T. / Théâtre des Bouffes du Nord
coproduzione Les Théâtres de la Ville de Luxembourg
produttore delegato per l'ltalia Roberto Roberto per Laila srl
in collaborazione con Il Funaro

Il libro Journal d’un corps è edito in Francia da Editions Gallimard, in Italia con il
titolo Storia di un corpo da Feltrinelli con la traduzione di Yasmina Melaouah
Spettacolo in francese con sopratitoli in italiano
O








Estratti Stampa
in occasione dell’uscita del romanzo febbraio 2012 per Gallimard in Francia


La Croix, 9 febbraio 2012 - Jean-Claude Raspiengeas
“Sulla scia di Jean-Jacques Rousseau che apriva in questo modo Le Confessioni, Daniel Pennac
si lancia in un’avventura letteraria, stupefacente e senza eguali.”

Marianne, 4/10 febbraio 2012 – Olivier Maison
“Attraverso questo diario di un corpo, Pennac ci regala una lezione appassionante
d’umanesimo su di un’epoca che ha sacralizzato il corpo per meglio occultarlo.”

Le Figaro Magazine, 25 febbraio 2012 – Frédéric Beigbeder
Journal d'un Corps è un libro che non cerca mai di farsi amare, ma che è impossibile
detestare. Un bravo scrittore è così: cortese in società e maleducato sulla pagina; umano
verso gli altri, disgustoso verso se stesso.

e ad ottobre 2012 per Feltrinelli Italia

La Repubblica, 13 ottobre 2012 – Fabio Gambaro
“Un tragitto pieno di scoperte e paure in cui Pennac affronta con intelligenza, ironia e
tenerezza le metamorfosi corporee dell’avventura umana.”

TTL Supplemento La Stampa, 27 ottobre 2012 – Giovanni Bogliolo
“Pennac tratta questa materia ostica e letteralmente refrattaria con tutta la mancanza di
remore che richiede l’impresa diaristica del suo personaggio ed insieme con l’arguta
lievità di cui conosce il segreto.”

Il Giornale, 21 ottobre 2012 – Massimiliano Parente
“Questa storia… è tanto divertente, emozionante, quanto commovente e infine straziante,
come è la vita”








Daniel Pennac nasce il 1 dicembre 1944 a Casablanca, Marocco. In gioventù la sua esperienza scolastica fu particolarmente disastrosa. Nel suo libro autobiografico Diario di scuola (Chagrin d’école, 2007), sosterrà di aver impiegato un anno ad assimilare la logica e la complessità della lettera “A”; ma suo padre, generale politecnico dell’esercito, non se ne preoccupò affatto, certo che in 26 anni suo figlio avrebbe padroneggiato perfettamente l’alfabeto. Pennac trascorre parte della sua infanzia fra l’Africa ed il Sud-Est asiatico, dove la famiglia si sposta al seguito delle guarnigioni paterne. Da qui l’amore per gli “altri Mondi” che ritroviamo ad esempio nel suo libro L’Occhio del Lupo (L’oeil du loup, 1984).
Dopo la laurea in lettere a Nizza, si dedica all’insegnamento nelle scuole medie e poi nei licei, attività che concilierà con quella di scrittore per quasi trent’anni. Nel 1973, dopo il servizio militare, scrive un pamphlet Le service militaire au service de qui?, contro i falsi miti della vita militare.
Nel 1979 soggiorna per due anni in Brasile, fonte d’ispirazione del romanzo Ecco la storia (Le Dictateur et le hamac, 2003), che pubblicherà ventitré anni dopo.
Nel 1985 scrive, per la Série Noire (Gallimard), Il paradiso degli orchi (Au bonheur des ogres) e così Benjamin Malaussène ed i suoi amici di Belleville fanno il loro ingresso nella letteratura. Il ciclo Malaussène prosegue con La fata carabina (La fée Carabine, 1987), La prosivendola (La petite marchande de prose, 1989), Il Signor Malaussène (Monsieur Malaussène, 1995), Ultime notizie dalla famiglia (edizione italiana che accorpa Monsieur Malaussène au théâtre, 1995 e Des Chrétiens et des maures, 1996), La passione secondo Thérèse (Aux fruits de la passion, 1999).
Parallelamente Pennac scrive una tetralogia per bambini, con eroi vicini all’universo infantile, che abbraccia i temi della scuola e dell’amicizia: Kamo. L’agenzia Babele (Kamo. L’agence Babel, 1992), Io e Kamo (Kamo et moi, 1992), Kamo, l’idea del secolo (Kamo, l’idée du siècle, 1993) e L’evasione di Kamo (L’evasion de Kamo, 1997). Recentemente, in ottobre 2012, pubblica il libro per bambini Le roman d’Ernest et Célestine per i tipi di Casterman, di cui scrive anche l’adattamento per il cinema: il cartone animato Ernest et Celestine realizzato da Benjamin Renner, Vincent Patar e Stéphane Aubier.
A questi romanzi si aggiungono altri tipi di opere fra cui: Come un romanzo (Comme un roman, 1992), saggio di pedagogia, lucido ed entusiasta, in cui rivendica la piena libertà nell’approccio individuale alla lettura, perché "le nostre ragioni di leggere sono strane quanto le nostre ragioni di vivere" e Gli esuberati (La Débauche, 2000), fumetto ironico ed “impegnato” in collaborazione Jacques Tardi, dedicato “Ai licenziati, ai silurati, agli espulsi, ai flessibilizzati…, insomma a tutti coloro che si ritrovano a spasso…”.
Grande amante degli audiolibri, ha egli stesso registrato molti dei suoi libri per Gallimard e per
l’associazione Lire dans le noir. Nel 2004, al Théâtre du Rond Point di Parigi è interprete in scena dell’adattamento teatrale del suo testo Merci, e dal 2009 al 2012 è in tournée internazionale con Bartleby, lo scrivano, di Herman Melville.
A febbraio 2012 pubblica con Gallimard, Journal d’un corps (Storia di un corpo – Feltrinelli 2012), di cui cura anche l’adattamento per il teatro. Journal d’un corps diventa la sua terza esperienza come attore in teatro, ma anche la prima in cui porta in scena di persona un suo romanzo. Sempre nel 2012, anno particolarmente prolifico per Pennac ed intenso nel suo rapporto con il teatro, scrive il testo originale Le 6° Continent per la regia di Lilo Baur che, sempre nel 2012, debutta al Théâtre des Bouffes du Nord ad ottobre ed inaugura la stagione del Teatro Stabile di Torino.
Nel 2002 riceve il Premio Internazionale Grinzane Cavour e nel 2007 il Premio Renaudot per Diario di scuola. Il 26 marzo 2013 riceverà la Laurea ad Honorem dall’Università di Bologna.

Clara Bauer (1974), debutta al Théâtre du Soleil nel 1998 come stagista di produzione e comunicazione per la creazione e gestione dello spettacolo Et soudain des nuits d’éveil, regia di Ariane Mnouchkine. Quest’esperienza la porta a lavorare, dal 1999 al 2006, come
amministratrice di produzione per la creazione e gestione degli spettacoli al Théâtre des Bouffes du Nord, in particolare per gli spettacoli di Peter Brook (Le Costume, The Tragedy of Hamlet - spettacolo e film -, Far Away, L'homme qui, La Mort de Krishna, La Tragédie d'Hamlet, Le Grand Inquisiteur, Tierno Bokar) e per 4.48 Psychose, regia di Claude Régy. Parallelamente, è consigliere artistico per la programmazione straniera, dal 1999 al 2007, del Festival Internazionale di Buenos Aires. Dal 2006 partecipa, come consigliere artistico, al processo di ideazione e fondazione di un nuovo spazio teatrale e multidisciplinare, internazionale  sotto la direzione di Roberto Roberto, a Napoli.
Nel 2008, è assistente di Lilo Baur per la regia di Fish Love, tratto dai racconti di Cechov, prodotto dal Théâtre de Vidy-Lausanne/ Théâtre de la Ville-Abbesses (Paris). La collaborazione con Lilo Baur prosegue per Conte d’hiver (Racconto d’inverno) di William Shakespeare, Le Mariage (Il Matrimonio) di Gogol alla Comédie-Française (2010) e nel 2012 per Le 6° Continent (Il Sesto continente) di Pennac, al Théâtre des Bouffes du Nord.
Attualmente è impegnata nella regia per di L’Occhio del Lupo (L’oeil du loup) di Daniel Pennac.

Oria Puppo, scenografa e costumista, lavora tra Buenos Aires e Parigi. In Argentina ha firmato le scene e i costumi per registi come: Diego Kogan (Martha Stutz di Javier Daulte), Rafael Spregelburd (La modestia di Rafael Spregelburd), Roberto Villanueva (La reina de la noche di Thomas Bernard, Variazioni Goldberg di George Tabori), Ciro Zorzoli (Estado de Ira tratto da Hedda Gabler di Hernik Ibsen) e Alejandro Tantanian (Unos viajeros se mueren di D. Veronese, Cuchillos en gallinas di David Harrower e Los mansos di Alejandro Tantanian tratto da L’idiota di Fëdor Dostoevskij).
È stata direttrice tecnica del Festival Internazionale di Buenos Aires dal 1999 al 2007. Ha inoltre preso parte alle creazioni teatrali di Alejandro Tantanian: Romeo e Giulietta di William Shakespeare (Teatro di Lucerna, Svizzera), La gabbia opera di Tiziano Manca (Teatro di Stoccarda, Germania) e America da Franz Kafka e L’opera da tre soldi di Bertold Brecht (Teatro Nazionale di Mannheim, Germania). Per il Théâtre des Bouffes du Nord ha partecipato alle regie di Peter Brook e Marie-Hélène Estienne: come direttrice tecnica per Tierno Bokar, dal romanzo di Amadou Ampathé Bâ e Une flûte enchantée, da W. A. Mozart, adattamento musicale di Franck Krawzcyk e, come collaboratrice ai costumi, per The suit, dal romanzo di Can Themba. Fra le sue creazioni si contano numerose scenografie e costumi per l’opera lirica così come installazioni presso centri di arte contemporanea. Attualmente sta preparando la scenografia per La Résurrection, da Haendel, regia di Lilo Baur per l’Atelier Lyrique de l’Opéra de Paris e le scene e i costumi di Les bonnes (Le serve) di Jean Genet, per la regia di Ciro Zorzoli con Marilù Marini a Buenos Aires e L’Occhio del Lupo (L’oeil du loup) di Daniel Pennac, per la regia di Clara Bauer.

Jean-Jacques Lemêtre. Di origini tzigane da parte di madre, ha studiato il canto gregoriano e suonato numerosi strumenti quali il clarinetto, il saxofono, il fagotto, l’armonica di vetro ed ogni sorta di percussioni nonché di strumenti a corde pizzicate e strofinate ed infine molti strumenti extra-europei. Jean-Jacques Lemêtre attinge a tutte le sorgenti musicali di ogni provenienza. Jean-Jacques Lemêtre lavora con i più grandi registi teatrali e compone musiche per la radio, la televisione ed il cinema. Dal 1979 compone ed interpreta le partiture musicali di tutti gli spettacoli ed i film della compagnia del Théâtre du Soleil d’Ariane Mnouchkine.
Direttore d’orchestra delle sue composizioni, Jean-Jacques Lemêtre dirige anche quelle di altri compositori, come, ad esempio, nel 1988 con l’Orchestra Sinfonica Moondoglors nel decimo anniversario dei Rencontres Trans-Musicales di Rennes. Oltre ad essere autore, compositore ed interprete è anche liutaio e, parallelamente alle sue attività artistiche, ha sempre messo  particolare impegno nel trasmettere ed insegnare la sua arte. Nel 2005 riceve il Premio MOLIERE come compositore delle musiche di scena per il Dernier Caravanserail di Ariane Mnouchkine.


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